Carlo Doria

Breve scheda informativa ed elenco dei documenti

Classe 1952, liutaio di professione, ho passato gli ultimi trenta e più anni in mezzo a chitarre, violini e loro utilizzatori. Da giovane ho tentato la carriera del giornalismo, ecco il perchè della laurea in Scienze Politiche, uscendone quasi subito. La musica e i suoi mezzi erano evidentemente la mia strada, cosí ne ho fatto un lavoro, che ancora mi riempie i giorni.



Carlo Doria (fotografia di Massimo Rivara)


Ma ci sono altre passioni che mi accompagnano da sempre. Prima fra tutte la pesca a mosca in montagna, poi i dialetti, intesi come immagine storiografica di un popolo. Di qui, inevitabilmente, è nata la mia passione per la Valle degli Dei, per la sua gente e la sua storia.

Chi non è delle nostre parti spesso immagina i liguri sul gozzo, con la maglia a righe e il berretto da Baciccia, insomma un popolo di marinai.
Questo è vero, forse senza i liguri non ci sarebbe la marineria, e forse neanche l'America,ma va ricordato che i liguri antichi furono essenzialmente un popolo montano, forte e determinato, tanto da resistere alla colonizzazione della Roma imperiale e ad ogni altra invasione, barbarica o saracena che fosse. Neanche i longobardi, pur cosí vicini, hanno potuto spuntarla. Poi è cominciata la discesa verso la costa, ed è nata cosí la nostra tradizione marinara e commerciale per la quale siamo famosi nel mondo.

Questo isolamento volontario ha creato alcuni effetti. Primo la sopravvivenza nel dialetto di fonemi antichi, che sarebbe interessante catalogare e studiare, nel tentativo di recuperare qualcosa dell'antico popolo Ligure, affascinante ma ancora misterioso al pari degli Etruschi e delle altre civiltà preromane.
E penso che un buon apporto sia quello di recuperare quella che chiamo la "lingua del crinale", essendo il crinale lo spartiacque che parte all'incirca dalla Lunigiana e va verso nordovest per scemare sulle alte colline del Monferrato e delle Langhe, cioè il territorio dell'antico popolo Ligure.
Va ricordato che è la Liguria che prende il nome dal popolo e non viceversa...

L'idea balzana che ci fossero nei dialetti delle parole sopravvissute all'inquinamento del progresso mi è venuta proprio ascoltando parlare gli avetani: cosí ho sentito parole che capivo ma che non facevano parte del dialetto genovese corrente.
Perchè le capivo?
Svelo l'arcano con un esempio. Si dice in Valle che per sostenere "gi arbeggiùn" (i piselli) ci vuole una "caràzza" (pertica?), essendo la carazza l'inizio di ogni "ciuènda" (staccionata?). Non so se a Genova o Savona queste parole siano di uso comune, forse neanche sono comprese, resta il fatto che io le ho capite al volo. E questo perchè una mia nonna, originaria di un paese tra Langhe e Monferrato, aveva tra i suoi detti che "ogni ciuènda comincia con una carassa".
Dicendo poi che le carasse più sottili non andavano sprecate, perchè venivano bene per sostenere gli "arbiùn" (sempre i piselli). Tre parole del suo piemontese che nel dialetto torinese non esistevano.
L'assonanza con le tre parole avetane citate è impressionante: con qualche gi e zeta in meno si parla piemontese!

Dopo aver confrontato altri suoni e trovato altre parole con la stessa peculiarità, mi sono chiesto se mi fossi imbattuto nei fossili della lingua degli antichi Liguri, quella gente misteriosa che viveva tra la Lunigiana e il Monferrato...
Non lo so, ma la cosa secondo me meriterebbe di essere approfondita, la lingua dice molto di un popolo, vorrei che aiutasse a ricostruirne la storia.
Queste cose spero possano spiegare il piacere di essere sul sito della Val d'Aveto. Ed è solo per ridurre la noia del lettore casuale che non ho citato le bellezze paesaggistiche, la purezza dell'aria e delle acque, della flora e della fauna, e, non ultima, l'ammirazione per questo popolo di gran lavoratori, emigranti per pura necessità, che spesso sono stati grandi e hanno fatto grande il nostro Paese, senza mai una parola di autocelebrazione, sempre lasciando, come è nel carattere degli Avetani, che fossero semmai i fatti a parlare.

 

Recapiti

 

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Pagina pubblicata il 9 febbraio 2013 (ultima modifica: 19.02.2013), letta 3041 volte