'Müru pestu' e pesto

di Sandro Sbarbaro

All'epoca del Marchesato di Santo Stefano d'Aveto, sotto la dominazione dei Doria, nella Parrocchia di Priosa i rapporti col genovesato, o zuneise, erano attivi già dalla seconda metà del Cinquecento, l'epoca dei banditi. In specie con Chiavari e dintorni, la Valle Sturla, la Val Fontanabuona, e il Marchesato di Torriglia appartenente pure ai Doria.

Nella seconda metà del Seicento - a partire dal 1680 circa, nel notaro Nicolò Repetto - si registrano i primi timidi flussi migratori verso Genova. Partono alcuni membri delle famiglie dei Biggio di Codorso e Cardenosa, alcuni delle famiglie Sbarbaro di villa Casa de Sbarbori, altri dei Repetti di Calzagatta e Ghiriverto. Questi pionieri si sistemano nella cinta esterna alle mura, probabilmente a fare i contadini nelle ville dei signori, alcuni son registrati fra S. Tecla del Bisagno e S. Martino d'Albaro. La storica premessa per dire che le contaminazioni di membri delle famiglie di Priosa e dintorni con la cucina genovese sono antiche.

Proseguiranno e si intensificheranno con le ondate migratorie di fine Ottocento, verso Genova e le Americhe, per consolidarsi con l'emigrazione del primo dopoguerra verso Genova e la Riviera di Levante. A Genova nel quartiere di S. Teodoro, fra Salita degli Angeli, S. Fermo e via Venezia ed in seguito via Bologna, si sistemarono molti dei Repetti, dei Biggio e degli Sbarbaro dei villaggi di Codorso, Sbarbari, Calzagatta, Ghiriverto, e Cardenosa, che si erano recati a lavorare in porto. In specie nei Carbunè, gli addetti allo sbarco del carbone, poi Compagnia Pietro Chiesa.

Quindi l'uso del basilico, o baxericò come dicevano i vecchi di Sbarbari e Codorso, si diffuse. Nella Parrocchia di Priosa il basilico cresceva, ma non assumeva il gusto tipico che aveva, ed ha, quello di mare. Sarà l'aria di mare, o la conformazione del terreno, il sole. Invero, il basilico dell'alta Val d'Aveto è un lontano parente del suo omonimo genovese. Tant'è, l'uso di seminarlo per uso personale era assai diffuso. In detta Parrocchia, che io ricordi, il basilico si usava in specie per fare il pesto. Col pesto si rinvigorivano le minestre fatte con le verdure dell'orto a Km zero, data la penuria di sostanze e mezzi dell'epoca.

Il pesto, rigorosamente fatto col mortaio e il pestello, dava un po' di gusto a quelle minestrolle preparate con pochi elementi: verdure, fagioli, piselli, qualche patata, un po' d'olio, e del lardo se c'era. Io, da piccolo, ho sempre odiato la minestra. Non il pesto! La nonna Verginin Garbarino, trasferitasi a Genova col nonno Giuanin Repetti che lavorava nei Carbunè in porto, a volte preparava in grilletto de troffie de castagna a u pestu , ossia un'insalatiera di gnocchi di castagna al pesto. Una squisitezza! A proposito di pesto e pestare.

Nel villaggio di Codorso i vecchi, sempre in vena di far scherzi, si divertivano così! Quando un giovinetto si recava a far la spesa in qualche bottega giù in vallata, e come era uso si recava dagli abitanti del villaggio a chiedere se avevano bisogno di qualche cosa, i vecchi si facevano pensierosi... Indi: Zà che tant'è! Acattime in po' de müru pestu... E se nu ghe l'àn pestu... Fattelu pestà! Già che vai! Comprami un po' di faccia tosta... E se non ce l'hanno pesta... Fattela pestare!

 


 

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Pagina pubblicata il 7 aprile 2018, letta 131 volte
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