La nostalgia non serve

di Massimo Angelini
in Paolo Ferrari e Zulema Negro, Cosola. Ambiente, lavoro, tradizioni in una comunità appenninica dell'alta val Borbera, Musa, s. l. 2005, prefazione, pagg. 7-9

Ascolta: un paese vive se c'è chi ci vive.

La montagna che si popola in estate e che nell'inverno diventa ospizio è un luogo triste. I paesi che sopravvivono per il riposo e il divertimento dei cittadini o come nicchia delle loro nostalgie sono luoghi tristi. Se non c'è chi ci vive e ci produce, va bene che si spengano: lo ha deciso chi se n'è andato via e chi ne amministra l'agonia, ma lo decide anche chi si rifugia nei ricordi e tra i ricordi smarrisce il proprio tempo. Perché la nostalgia è un'infezione dell'anima, una malattia sottile che colpisce chi è stanco o ha paura.

La voglia del passato è voglia di nulla. Poi, a pensarci bene, il passato non esiste: esiste solo il ricordo che ne abbiamo costruito, trasfigurato e reso più gentile dalla distanza. E scrivere la storia, in fondo, è solo un altro modo per raccontare il presente, perché, prima di ciò che è successo, la storia parla di chi la scrive e di quelli ai quali è destinata. Mi piacerebbe che chi costruisce il racconto del tempo ne tenesse conto, per non ingannarsi e non ingannare chi legge.

A volte penso che - sui libri, così come a scuola - bisognerebbe provare a raccontare il tempo partendo da qui e da oggi, per poi retrocedere e allargarsi progressivamente per quanto si riesca, leggendo e interpretando ciò che resta e, qui e oggi, rende testimonianza. Pensate a cosa sarebbe un libro di storia che, invece di partire dai Sumeri o da Roma o dal Medioevo e da migliaia di anni fa (tutto così lontano ed estraneo nello spazio e nel tempo), partisse da oggi e da questa terra. Un libro così potrebbe sembrare strano, ma sarebbe così onesto, e anche utile, perché aiuterebbe a capire che il passato - così come il futuro - è solo una proiezione del presente.

Vorrei incoraggiarti, mentre leggi le memorie di questo paese, a non rimpiangere il passato, a pensare a oggi: perché tutto è presente, insieme e in questo momento, ed è presente chi è vissuto prima di noi. E chi è vissuto prima di noi non si trova nei cimiteri, quello che vi si trova sono solo poveri resti, poco più di nulla.

Guardati intorno: nella filigrana dei monti, ovunque puoi vedere ancora boschi e fasce terrazzate e prati; se dài uno sguardo distratto forse non te ne accorge, ma con un poco di attenzione li leggi dappertutto, intrecciati nel tempo come i fili di un tessuto dal lavoro di questa comunità. Guardali questi monti. I boschi, le fasce terrazzate e i prati che ne disegnano la forma, come gli edifici, non esistono in natura: sono costruzioni, sono manufatti. Sono fatica, conoscenze, rabbia e vita di chi è vissuto prima di noi e in quei manufatti continua a vivere, come vive nei nostri visi e nei nostri comportamenti. Il viso dei morti è nel nostro viso, il loro carattere è nel nostro carattere, così il loro lavoro e il loro sapere sono nella forma della terra che ci hanno lasciato. Ci sono ancora e ci sono tutti, perché, in fondo, non si muore, ma ci si libera nel presente e si continua a vivere sotto forme diverse.

Nell'oratorio di Borgo Fornari, alle spalle di Genova, fino alla fine degli anni 1940, il 2 novembre alle 2 del mattino si faceva l'appello completo dei confratelli: prima i vivi e poi i morti: tutti, a partire dalla fondazione dell'oratorio (1500). L'appello poteva durare alcune ore: erano tutti presenti. Questa è la compresenza: siamo sotto forme diverse, ma ci siamo tutti.

Chi è vissuto prima di noi vive nei saperi tramandati e in tutto ciò che testimonia il tempo, vive nelle consuetudini come nei riti, nelle case come nelle fasce che ha costruito, conservato e tramandato. E allora, quando portiamo fiori sulle tombe e intanto lasciamo crollare le fasce abbiamo uno strano modo di onorare i morti. E noi stessi. Scrivo questi pensieri mentre accompagno il libro dedicato a Còsola, per mettere in guardia te che leggi, e dirti che le memorie, i ricordi e i documenti sui quali è costruito il libro sono vivi, davvero e nel profondo, e non parlano di ieri, ma di oggi. Senza questa cautela si rischia di mettere il passato su un altarino e di diventarne i chierichetti. Si rischia di dire banalità su come era bella o come era brutta la vita di una volta, senza capire che queste sono solo nostre proiezioni. Si rischia di rimpiangere ciò che non c'è più (non è vero! c'è tutto, ma in forme diverse) e di lamentarsi che non c'è più niente da fare. Si rischia di giustificare la rassegnazione. Oppure la pigrizia.

Quando parliamo di questo paese e di questa montagna, la nostalgia non serve: lasciamola da parte e lasciamo da parte tutto ciò che ne è imbevuto.

Nel racconto della sua storia, possiamo provare a riconoscere ciò che di questa montagna resta. Forse vorremmo che continuasse a vivere - a parole, tutti lo dicono - ma che si sta facendo perché sia così? Ora non parlo di Còsola, ma più in generale della terra fra la pianura e il mare che conosco e nella quale mi riconosco.

Mi guardo intorno.

E vedo che si organizzano sagre, secondo una moda che si è imposta negli ultimi dieci/vent'anni. Qualche volta sono feste della comunità, purtroppo spesso sono i giochi di società che i villeggianti organizzano, sempre in estate, per loro stessi e per rimediare alla noia. A volte sono anche parodie del tempo e carnevali seriosi di tradizioni inventate, travestimenti e cortei mascherati.

Vedo che si fanno musei piccoli e grandi, raccolte di oggetti senza contesto o ristrutturazione di edifici che non servono a nulla se non a dare spettacolo di sé stessi. Oppure si allestiscono spazi e percorsi guidati - li chiamano anche ecomusei o parchi tematici - per addomesticare il territorio all'uso dei turisti, per farne oggetto di godimento estetico e regno del tempo libero. E così si moltiplicano le spese in consulenti, pubblicità, guide, cartoncini illustrativi e cartelli stradali: il denaro pubblico dà sollievo alla disoccupazione intellettuale; qualche cittadino si diverte o si emoziona di fronte all'abbandono che non capisce; intanto la montagna continua a spopolarsi e da qualche parte, dietro alle finestre, si mettono manichini.

Cosa ci vuole perché i paesi vivano?

Serve che ci si viva. Che ci siano meno villeggianti e più abitanti: il lavoro a volte non è vicino, ma oggi è un prezzo così alto fare i pendolari, diciamo fino a un'ora, per andare al lavoro? Forse per mantenere in vita la propria terra, si può fare. Allora se nei paesi la gente ricomincerà a viverci, ci sarà più forza per chiedere che la strada d'inverno sia mantenuta pulita, e che dove ci sono bambini si riaprano le scuole, e avrà senso chiedere di restituire gli uffici postali e i servizi sanitari e le linee delle corriere, e forse ci potrà essere interesse ad aprire qualche bottega, oppure a non chiuderla. E bisogna che le botteghe nei paesi possano restare aperte senza essere schiacciate dal peso delle norme fiscali e da norme igieniche astratte.

Poi servono persone che facciano gli amministratori pubblici per servizio, solo per servizio, e che siano migliori di quelli che li votano e non peggiori, e che qui ci vivano. La terra non ha speranza di vivere quando è amministrata da foresti, incompetenti, narcisi, falliti della politica o cialtroni che all'interesse della comunità fanno precedere quello personale o quello del clan.

E serve che si rompa l'isolamento e che sia incoraggiata ogni occasione buona per fare comunità, per stare e fare insieme: la festa (d'inverno, prima che di estate!), la banda del paese e le musiche, il ritrovo per giocare e parlare e insieme vedere la televisione, i lavori condivisi, la gestione e la manutenzione collettiva degli spazi comuni, dell'acqua e delle strade.

Poi serve che si torni a fare produrre la terra e il bosco, per tanto o per poco, per lavoro o per passatempo, per fare commercio o anche solo per l'orto di famiglia. E serve che i ristoratori e i negozi preparino e vendano il più possibile i prodotti locali, la carne degli allevamenti che tengono in vita i pascoli, le acque minerali più vicine.

E bisogna fare in modo che chi lavora su questi monti possa farlo in pace, senza l'aggravio di oneri, registri, carte, controlli che generano burocrazia e giustificano l'impiego di funzionari e consulenti, più di quanto serva al bene comune. E che i diritti comunitari sulla terra e le sue risorse siano preservati e sia interrotto il processo di liquidazione delle terre comuni e degli usi civici.

È una cosa nobile recuperare la memoria, come testimonia questo libro, ed è bene farlo senza cedere alla nostalgia, ed è importante recuperare le musiche, le varietà agricole, le case e le ricette; ma ciò che, soprattutto, bisogna recuperare è la comunità, quella degli abitanti, quella di tutti i giorni, nel bello e nel cattivo tempo.

Questa montagna può vivere.

 


 

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Pagina pubblicata il 15 giugno 2006, letta 3374 volte
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