Il ducatone

Capitolo estratto da 'La Val d'Aveto - Frammenti di storia dal Medioevo al XVIII secolo', tipografia Emiliani, Rapallo 1998

di Massimo Brizzolara

Confortati dalla più antica e provata testimonianza in nostro possesso, possiamo far risalire agli inizi del XII secolo la documen­tata presenza in Val d'Aveto di monetazione metallica. Si tratta della pergamena datata 30 marzo 1103, nella quale il priore Alberto, fondatore del monastero benedettino di Villacella, offre alla "casa madre" il censo annuale di "venti soldi di buona moneta nuova di Pavia".
È tuttavia quasi certo che, veicolate dalla stessa matrice monastica, tracce antesignane di "brunetti pavesi" siano arrivate ad Alpepiana sin dall'ottavo secolo. Ma è altrettanto indubitabile che la circolazione monetaria nell'alto medioevo valdavetano doveva necessariamente essere molto ridotta.
La società curtense era a tal punto primordialmente autarchica, da potersi agevolmente consentire il ricorso ad un ordinamento monetario quasi astratto, inteso come unità di comparazione cui riferirsi per quantificare il valore dei pro­dotti e prestazioni.
Solo verso la metà del XII secolo, con l'avvento dell'epoca feudale e la con­seguente istituzione dei pedaggi daziali (secolo XIII), l'economia monetaria nella valle diventerà significativa.
In quel periodo, molti mulattieri e mercanti (soprattutto toscani), per valica­re l'Appennino attraverso l'arteria del Cifalco, dovevano obbligatoriamente attraversare il territorio del marchesato di Santo Stefano.
Il derivante pedaggio, imposto dalle signorie, permetterà alla Camera feu­dale di disporre di una insostituibile, anche se modesta, rendita monetaria.
E saranno monete bizantine, arabe, lucchesi, fiorentine, ossia la medesima "valuta straniera" utilizzata per oltre due secoli dalla stessa Repubblica genove­se per operare su tutti i mercati.
Solamente nel 1139, un diploma imperiale concede a Genova la facoltà di battere moneta. E a dimostrazione di quanto se ne avvertisse l'esigenza, dal conio uscirà immediatamente e in grande quantità il primo "denaro iti mistura", composto per due terzi da rame e per un terzo d'argento.
Qualche anno dopo verrà coniata la prima moneta d'argento, del valore di quattro denari, denominata il "grosso".
Ma la spietata concorrenza di Venezia e Firenze sui mercati obbligherà la zecca genovese ad orientarsi verso una monetazione aurea.
Nasceranno così in rapida sequenza V"ottavino",il "genovino", la "quartarola d'oro", lo "scudo".
Nel 1488, a fronte di una impressionante varietà e quantità di monete coniate, il Senato avverte l'improcastinabile necessità di creare un'unità fon­damentale di conto a cui rapportare il valore legale imposto alle più svariate coniazioni.
Allo scopo, si conviene che dodici denari formino un soldo e che venti soldi costituiscano una lira genovese.
In pratica il primogenito "denaro in mistura" era la duecentoquarantesima parte di una lira.
Altro esempio: se il valore legale del "grosso" d'argento era di quattro dena­ri, è del tutto palese che ne occorrevano sessanta per formare una lira.


La questione, anche per mio demerito, può apparire intricata: in realtà era molto semplice.
Esemplificando possiamo, per analogia, comparare la lira genovese all'at­tuale ECU, ossia ad un comune denominatore in grado di assicurare un omoge­neo punto di riferimento per valorizzare valute differenti.
Dopo questo sintetico ma ritengo utile proemio, la totale imperizia dello scrivente, sommata alla vastità del tema, mi consigliano un subitaneo restringi­mento del nostro interesse allo specifico argomento di questo capitolo, ovvero la monetazione marchionale in Val d'Aveto.
La facoltà di "battere moneta" del nostro piccolo stato feudale risale all'anno 1249. Diritto accordato all'allora feudatario Morello II Malaspina dall'Imperatore Federico II. La stessa prestigiosa concessione sarà rinnovata a Gian Luigi Fieschi dall'imperatore Carlo V nel 1543.
Ma come accade spesso, alla titolarità di un diritto non necessariamente cor­risponde la fruibilità automatica dello stesso.
Le difficoltà e i costi dell'impiantare una zecca finivano per ridurre il privile­gio di coniare denaro ad una formale espressione di potere, certo più adatta a pla­care le vanità dell'apparire piuttosto che a soddisfare le reali esigenze dell'essere.
Non esistono prove documentate dell'esigenza di monete di Santo Stefano relative alle dominazioni dei Malaspina e dei Fieschi.
Non solo, ma lo "scrutinio della rendita del marchesato di Santo Steffano d'Avato fatto a tepo del Ecc.mo conte del Fiesco", nel computare le rendite fa esplicito riferi­mento alla "moneta di Genova", escludendo di fatto l'esistenza di una monetazio­ne locale.
Ben altra tradizione di conio riuscirà a vantare la famiglia Doria.
Nel 1594 inizia a produrre la prima zecca doriana in quel di Loano, seguita da quella di Torriglia nel 1665.
Più recenti quelle del Laccio, di Montebruno, Carrega, Rovegno, Garbagna, Grondona. Bisogna premettere che l'attività di queste particolari officine era spesso più indirizzata alla realizzazione dei sigilli e delle medaglie dei principi Doria che non alla coniatura di denaro vero e proprio.
Ma è innegabile che il diritto di "battere moneta" trovò nell'illustre famiglia genovese l'espressione più alta e grandiosa.
Dall'archivio Doria-Pamphili risulta che, il 15 settembre 1668, Bartolomeo Pareto di Lorenzo otteneva dalla principessa Lomellini, vedova del feudatario di Santo Stefano, Andrea III Doria, il permesso di costruire una zecca nel borgo.
A conferma dell'avvenuta attuazione del progetto, esiste una ricevuta del 7 marzo 1683, per "400 pezzi" che il Pareto aveva pagato in anticipazione all'agen­te del principe Gian Andrea III.
Lo storico doriano Agostino Olivieri ci informa laconicamente che "la loca­zione durò breve tempo". Evidentemente l'intraprendente valdavetano dovette scontrarsi con tali e tante difficoltà da essere costretto a desistere.
Per rievocare degnamente l'acquisizione del feudo di Santo Stefano, avve­nuta nel 1592, il principe Gian Andrea I commissionò alla zecca di Loano la coniazione di una medaglia celebrativa.
La scelta cadde felicemente sul ducatone, superba sintesi di moneta decora­tiva, di corso legale su tutto il territorio della Repubblica.
Il ducatone era un grosso coniato d'argento, del diametro di circa 4,5 centimetri, a cui le gride genovesi del 1602, 1606, 1616 attribuivano il peso di 1 oncia, 5 denari, 8 grani, 7 decimi (circa 32 grammi) e un valore legale di 3 lire genovesi, 15 soldi, 9 denari.
Nelle suddette gride si accenna anche all'esistenza di "spezzati",ossia sotto­multipli della stessa moneta, ma a conferma della loro rarità a Genova non se ne trova alcuno.
La stessa diffusione del ducatone fu abbastanza limitata; il rapporto dimen­sioni - peso - valore legale pendeva inevitabilmente a favore dello "scudo d'oro", molto più leggero (pesava circa 3 grammi) e con un valore legale più elevato (4 lire e 10 soldi).
Questa mia considerazione appoggia su un dato oggettivo: dalla zecca della repubblica furono coniati, nel 1601, circa 54.000 ducatoni, contro i 243.000 scudi d'oro impressi nello stesso anno.
Il ducatone di Santo Stefano, voluto da Gian Andrea I e di cui l'Università di Genova conserva un esemplare (seppur molto corroso), aveva un peso pari a 1 oncia, 4 denari, 7 grani (circa 31 grammi), quindi leggermente inferiore a quello della Repubblica, ma di quest'ultimo conservava lo stesso valore legale.

Il ducatone di Santo Stefano

Come appare evidente nella riproduzione ingrandita allegata, si trattava di una bellissima moneta commemorativa.
Sul "diritto" l'effigie del principe stesso era circondata dall'epigrafe "Gian Andrea Doria marchese di Santo Stefano 1601".
Sul "rovescio" il caduceo, simbolo di pace, era incorniciato dal motto "celeritate consilio", solenne esaltazione di quel tempismo politico di cui indubbiamen­te il Doria poteva fregiarsi a pieno titolo.
A questo punto credo si debba tentare di rispondere ad una domanda, che lo stesso scrivente si è posto più volte: quale era il reale potere d'acquisto del ducatone?
Agli inizi del XVII secolo, con un ducatone si potevano comprare circa 20 Kg. di grano. Verso il 1650, i manovali di Santo Stefano, che trasportavano il materiale edile necessario per la manutenzione del tetto del castello, ricevevano dal Doria una paga giornaliera di sei soldi.
Occorrevano dunque tredici giornate di lavoro per ottenere un ducatone. Ma il raffronto più incredibile è quello tra l'altissimo prezzo di mercato del grano contro il bassissimo valore attribuito ad una giornata di lavoro.
Infatti, comparando i due dati, scopriamo che la paga giornaliera di un manovale corrispondeva a meno di due chilogrammi di grano.
È del tutto ovvio che la quotazione del cereali risentiva in maniera determi­nante delle spaventose carestie che assediavano perennemente le città rivierasche.
Mentre per il lavoro a giornata la situazione era esattamente opposta: all'as­soluta necessità di lavorare si contrapponeva una scarsissima richiesta di presta­zioni d'opera, con l'inevitabile conseguenza di un salario molto basso.
In buona sostanza, questa condizione paradossale era totalmente imputabile all'implacabile e, per molti aspetti, aberrante legge della domanda e dell'offerta.

 


 

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Pagina pubblicata il 2 gennaio 2009, letta 3477 volte
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