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Il postino? Un amico che non aveva bisogno di suonare due volte

di Massimo Brizzolara

Quasi a voler confermare la proverbiale italica intraprendenza, la creazione in Europa di un servizio postale vero e proprio, è opera di una famiglia bergamasca: i Tasso. Il cui capostipite Omedeo, nel XIII secolo, ripristinò l'antica istituzione dei corrieri a cavallo. Quest'ultimi, denominati "i bergamaschi" formavano una Compagnia con tanto di statuto, che in virtù dell'importantissimo compito che svolgeva, ottenne solenni riconoscimenti non solo dal Senato veneziano, ma dai Pontefici e Sovrani di tutta l'Europa.
Anche perchè dall'inizio del XVI secolo il servizio assunse un carattere sovrannazionale, tanto da meritarsi la denominazione di Poste Internazionali della Casa d'Asburgo.
Le notizie tramandate parlano di quasi ventimila persone coinvolte a garantire i collegamenti necessari lungo le varie tappe. Che inizialmente riguardavano la Serenissima, la Germania e la Spagna, ma che andò sempre più espandendosi sino a collegare quasi tutti i paesi europei.

La celerità del servizio, considerando che sono passati oltre cinque secoli, aveva ben poco da invidiare al sistema postale odierno. Infatti una puntuale documentazione relativa al 1630, c'informa che una lettera partendo il sabato mattina da Venezia, sarebbe arrivata a Roma il mercoledì successivo. Mentre spedita sempre dalla laguna il sabato sera, poteva giungere a Milano, il lunedì sera successivo. Tempistica quindi, di tutto rispetto.
Ma il sistema presentava anche dei sostanziali aspetti negativi, tanto da renderlo specioso e inadeguato.
La corrispondenza infatti, molto frequentemente non giungeva a destinazione per svariati motivi: rapine, viaggi lunghi e disagevoli, recapiti indicati in maniera approssimativa, smarrimenti. Tutte queste cause concorrevano a determinare un'unico effetto: la relativa tariffa era a carico del destinario. In modo da subordinare il compenso del corriere, alla consegna della posta. Ma pare che anche tra gli utenti del servizio, vigesse una pratica non proprio ortodossa. In pratica il mittente segnava sulla busta alcuni segni convenzionali. Alla consegna il destinatario osservava la busta, interpretava il messaggio criptato e rifiutava il ritiro della lettera. Naturalmente evitando di pagare la relativa tariffa. Possiamo ben immaginare con quale reazione da parte del malcapitato corriere 1.

Era evidente che il sistema necessitava di una evoluzione che ne correggesse le criticità.
Infatti nel corso del XVIII secolo, ma in maniera più significativa nell'età napoleonica, avvenne una svolta storica: le poste da private, vennero progressivamente assorbite dagli Stati con il duplice intento di migliorare il servizio e di avere maggiori entrate.
A questo punto non possiamo sottrarci dall'osservare come i governi attuali abbiano attuato una politica di privatizzazione del servizio postale con lo scopo di migliorare il servizio e nel contempo ridurre le perdite. Tutto questo risulta abbastanza sconcertante, ma non rientra nelle tematiche di questo modesto contributo.
Ma la vera rivoluzione arriverà nel 1837, ad opera dell'inglese Rowland Hill, con l'introduzione dei primi francobolli.
Commentare oggi questa innovazione, senza pensare per analogia alla famosissima polirematica dell'uovo di Colombo è forse impossibile. Ma la svolta fu veramente epocale. Per la prima volta infatti, la tariffa veniva pagata in anticipo e dal mittente, ma soprattutto valeva su tutto il territorio nazionale.
Il francobollo ebbe com'era prevedibile, un grande successo. Tanto da essere progressivamente adottato da tutti gli Stati.

Il Regno di Sardegna sabaudo di cui faceva parte la val d'Aveto, attuò la riforma inglese a partire dal 1 gennaio 1851. Mentre come ci ricorda Giuseppe Fontana, il primo ufficio postale rezzoagliese venne istituito nel 1889, avvalendosi dell'operato di tale Luigi Ertola dell'omonima frazione.
E a questo proposito, ritengo fondamentale sgombrare subito il campo da possibili equivoci. Quando pensiamo alla val d'Aveto tra il XIX e il XX secolo, non dobbiamo incorrere nell'errore di equipararla all'isola della storia narrata nel film "Il Postino" di Massimo Troisi. Dove tutta la popolazione è analfabeta e l'unico che riceve corrispondenza è l'esiliato poeta Neruda.
In valle non ci saranno stati letterati altrettanto famosi, ma la maggior parte degli abitanti aveva raggiunto un sufficiente grado di alfabetizzazione, ma soprattutto scriveva e riceveva molte lettere.
Il perchè è abbastanza semplice e comune a tutta la società rurale e non solo. In assenza di qualsiasi altra forma di comunicazione, la lettera era l'unico modo per mantenere i contatti con chi si allontanava dalla famiglia. O per il lavoro stagionale a Milano o per svolgere il servizio militare, per esempio.
E il postino non avrebbe mai lasciato anonimamente una busta sotto la porta, ma ben consapevole che dentro alla sua borsa semiaperta di cuoio, c'erano speranze, sentimenti, gioie e dolori, la consegnava di persona e aveva una parola per tutti.
Io stesso ricordo, con grande nostalgia, la figura del vecchio postino di Magnasco e frazioni limitrofe, il mitico "Tummascio" di Rezzoaglio Basso.
Con gli immancabili pantaloni di fustagno a coprire le gambe lunghissime (almeno a me parevano tali) che ti veniva da pensare che nessuna nevicata avrebbe potuto metterlo in difficoltà e così in effetti era. Aveva una conoscenza talmente profonda delle frazioni e degli abitanti che avrebbe potuto svolgere la sua mansione anche ad occhi bendati. Dava un incredibile senso di affidabilità, di serietà, di senso del dovere.
Faceva parte della longeva famiglia dei "Pustè", termine che evidentemente si spiega da solo.

Un'altro esempio di questo straordinario (ed oggi sconosciuto) rapporto che si creava tra il postino e i valligiani ci viene offerto da una interrogazione parlamentare risalente al 5 febbraio 1968 da parte dell'onorevole Covelli  link esterno .
Il parlamentare chiede al Ministro delle Poste e Telecomunicazioni Giovanni Spagnolli  link esterno i motivi che hanno indotto l'Amministrazione a trasferire da Santo Stefano d'Aveto alla Priosa il postino Vittorio Campomenosi. Con il risultato che

"...l'allontanamento ha determinato notevoli inconvenienti nella distribuzione della posta in quanto le persone destinate a sostituirlo, pur animate dalla migliore buona volontà, non conoscendo il territorio e gli abitanti di Santo Stefano, incontrano difficoltà serie..."

non solo, ma il vecchio portalettere

"...appartiene ad una famiglia stimata del luogo... è apprezzato da tutti indistintamente e perciò il suo trasferimento da Santo Stefano d'Aveto è stato accolto con sorpresa e vivo rammarico da tutti gli abitanti del luogo".

Il Ministro rispose che il trasferimento era un atto dovuto a causa della nomina del Campomenosi ad agente effettivo, che presupponeva una prestazione giornaliera di sette ore, mentre quella di Santo Stefano era commisurata invece a cinque ore. Ma escludeva che il provvedimento avesse comportato alcun pregiudizio alla consegna della corrispondenza, che veniva regolarmente disimpegnato dalla sostituta Devoto Amelia.
Proviamo ad immaginare se oggi sarebbe ipotizzabile una interrogazione parlamentare del genere, per la sostituzione di un portalettere. Attualmente non solo gli utenti non sono interessati alle vicende professionali del proprio postino, ma siccome nessuno scrive e riceve più lettere, la sua figura è vista come incolpevole, ma fastidioso latore di raccomandate, pubblicità e pagamenti vari.
Ormai in effetti comunichiamo in modo più veloce e diretto. Ogni giorno facciamo decine di telefonate e di SMS, ma non abbiamo più il tempo di scrivere una lettera.
Forse non ne siamo addirittura più capaci. E pensiamo che tutto questo sia una conquista. In realtà siamo tutti enormemente più poveri.

 


 

Note

[1] cfr. Storia della Posta su it.Wikipedia.org  link esterno

 


 

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Pagina pubblicata il 9 novembre 2009, letta 2475 volte
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