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Una mosca che non fu mai persa da nessuno

Racconto tratto da 'Ma Mouche et moi... et les poissons', Docteur P. Barbeillon, Maloine S. A. Editeur, Paris, 1971

libera traduzione a cura di Ephemerella Ignita

 

Liberée, la mouche se posa, comme
portée par le soufle d'un ange.

 

Mai potremo dare fondo a tutte le invettive e fantasie permesse alle mosche........ e ai pescatori.
Particolarmente è notorio che le nostre mosche, ne hanno sempre una....... "nel sacco".
Se all'occasione, una di loro, invaghita della libertà, evade, chi potrà impedirle di vagare a suo piacimento lungo il fiume, come un cane nella pianura, sordo ai fischi di richiamo del suo padrone?
Nulla di più scusabile vista la sua rarità, di una tale dichiarazione di indipendenza.
Però che lo stesso pescatore - così geloso dei suoi gioielli di piuma - le offra in pastura ai pesci, libere, nude, senza lenza e senza legame!
Ciò non di meno questo è quello che fece Halford!
Figuratevi che costui visse in Inghilterra verso la fine dell'800 e che fu un pescatore di fama mondiale, e un intraprendente campione di mosca secca, al punto di farne una religione.
Egli ricercò una imitazione quanto più perfetta dell'insetto naturale. Ne studiò un numero considerevole, scegliendo i più comuni, creando una serie di un centinaio di modelli che in seguito ridusse a poco più di una trentina.
Nella sua ricerca intransigente della perfezione riprodusse, per ogni modello, il maschio e la femmina. I suoi sforzi furono quelli dell'artista, del ricercatore accanito che segue il sogno dell'imitazione "esatta".
Chi di noi potrebbe sorriderne?
In quella felice epoca le trote e le mosche facevano già gli sberleffi ai pescatori.

Un giorno Halford provò le sue migliori creazioni su alcuni pesci che bollavano a valle di un piccolo ponte. Invano egli presentava le sue meraviglie preferite, invano cambiava continuamente la mosca, ottenendo sempre rifiuti su rifiuti.
Disperato, "il maestro" posò la canna e, appoggiatosi alla sponda del ponte, svuotò la sua scatoletta nell'acqua. "Scegliete voi" gridò rivolto alle riluttanti trote.
Le mosche, divinamente galleggianti, puntarono al filo della corrente e le trote..... cominciarono a disputarsele, maschi, femmine tutto quanto passasse.
Ad Halford rasserenato si impose una considerazione, le sue mosche risultavano accattivanti e particolarmente irresistibili quando non erano legate ad un filo.
Del resto il filo, per quanto sottile, non è esso stesso, malgrado tutto, un'appendice visibile tale da provocare rifiuti?
Oltre al fatto della visibilità, in quanto legame, il filo dà alla mosca una rigidità, una attitudine impettita, appesantita, anormale.
La mosca non rivela più quella libertà, quella leggerezza sull'acqua, adattandosi alle più piccole inflessioni della superficie, che mostra invece la sua sorella naturale.
Fatto ancora più grave, lascia poi il dragaggio sornione, anche se impercettibile ai nostri occhi, che dà l'allarme.

Senza dubbio è in ricordo del grande generoso maestro che una trota mi giocò un tiro analogo, solo che io, semplice alunno, non lo avevo proprio voluto.
A valle, vicino al bordo e sotto i rami, in un piccolo mulinello che creava l'acqua nel punto in cui diventava più veloce, la trota bollava tranquilla, vicino al suo inespugnabile riparo.
Sbagliava del tutto però se pensava di non essere vista.
Il colpo, visto l'ingombro, non poteva essere tentato che lanciando verso valle.
Dissimulato tra i salici e dentro l'acqua quasi alle ginocchia, in posizione quanto mai precaria, in tre riprese separate, posando la mia coda di topo mollemente e affidando le sue spire alla corrente, vidi arrivare la mia mosca a buon tiro, senza dragaggi apparenti, e............ altrettante volte senza successo.
La trota continuava tranquilla a bollare; dopo un lungo periodo di sosta, la mosca debitamente asciugata e ingrassata è pronta per un nuovo tentativo.
Cominciai a dare filo, gli occhi fissi a valle, verso la trota, quando durante un lancio all'indietro mi agganciai a un ramo quasi adagiato sull'acqua.
Percorso difficoltoso, controcorrente come ero, imprigionato tra i salici e spinto dalla corrente, disimpegno impossibile con la punta del cimino.
Con mille precauzioni per non essere avvertito, in equilibrio molto instabile, feci alcune trazioni con la coda di topo, tenuta con la sinistra, senza riuscire a tirare il ramo quanto bastava per sganciarmi.
Alla fine il terminale cede al livello del nodo che tiene la mosca, il ramo cede pure e la mosca, finalmente liberata, cade in acqua e lentamente mi passa davanti.
Invano cerco di fermarla con l'estremità del mio cimino, trascinata dalla corrente, leggera, libera corre come una danzatrice sulle sue punte.
Scivola, ebbra di libertà, la vedo arrivare sino al punto fatidico delle bollate, sotto le frasche che sfiorano la corrente,.................. un guizzo e............ la trota la inghiotte.

 


 

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Pagina pubblicata il 23 aprile 2008, letta 5815 volte
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